Traversata del Passo del Vajolet#
Il passo del Vajolet separa le Torri più settentrionali del Vajolet (Torre del Passo e Torre Marcia) dalle Teste d’Agnello e collega la conca di Prà Caminaccio con la valle del Vajolet. Nella foto sottostante è la spaccatura più stretta al centro, a sinistra della solitaria Torre del Passo.
Questo splendido itinerario circolare, prettamente alpinistico nell’ascesa al Passo, della durata di una giornata (7/8 ore) ci porta dalla zona di Prà Caminaccio (nella foto) alla valle del Vajolet, con il ritorno dal passo delle Coronelle.
Itinerario lungo e potenzialmente pericoloso, ma che può portare grandi soddisfazioni. Se si esclude la salita vera e propria al passo, è un itinerario escursionistico, per quanto la risalita al Passo delle Coronelle richieda di affrontare un tratto con roccette di I grado.
La salita al passo invece, richiede passo fermo e la capacità di muoversi su ghiaioni e terreno instabile, nonché di arrampicare su rocce verticali e friabili fino al II/III grado.
È sicuramente consigliato avere con sé imbrago, una corda (noi abbiamo portato una corda da 20 metri) e un paio di friend per assicurarsi. Tecnicamente non è difficile, ma il terreno instabile aumenta non poco i rischi.
Infine, per quanto sia possibile percorrere l’itinerario in senso inverso, questo è caldamente sconsigliato: La discesa dal passo del Vajolet a Prà Caminaccio è pericolosa: il terreno molto instabile e la necessità di disarrampicare a vista in diversi punti non facilita le cose.
Itinerario proposto#
Per comodità di descrizione, l’itinerario proposto si può dividere in tre tappe: accesso al passo del Vajolet, salita e discesa del Passo, rientro al rifugio Fronza. Da qui si può poi facilmente tornare al punto di partenza, a piedi o in ovovia.
La Prima tappa parte dal limitare della conca di Prà Caminaccio, che si risale diagonalmente fin sotto la terza testa d’Agnello (la chiazza verde sopra i ghiaioni a sinistra nella foto) fino ad incontrare il canalone che scende dal passo del Vajolet.
Accessi a Prà Caminaccio
Il punto di partenza, come detto, è la conca di Prà Caminaccio, a cui si può accedere in diversi modi:
Dalla Hanigerschwaige seguendo la traccia che aggira sulla destra il bosco alle spalle della malga stessa.
Da passo Nigra per i prati dell’Angola (Angelwiesen) ed il rifugio Bergler (vedi Prima tappa della relazione Davoi/Coronelle), poi prendere a sinistra la traccia che conduce a Prà Caminaccio.
Dalla stazione di mezzo dell’ovovia Re Laurino si sale brevemente verso il rifugio Fronza, poi si piega a sinistra lungo il sentiero 15.
Dal rifugio A. Fronza per la cengia delle Coronelle.
Si tratta di una facile camminata in un ambiente pochissimo frequentato: lo splendido anfiteatro di Prà Caminaccio è circondato dalle creste settentrionali del gruppo centrale del Catinaccio: Crode di Ciamin, Teste d’Agnello, Torri del Vajolet e Croda di Re Laurino. Se non facciamo troppo rumore possiamo anche vedere qualche camoscio!
La Seconda tappa è il cuore dell’itinerario, la parte più impegnativa e delicata. Si parte risalendo liberamente il canalone alla base della parete. In alcuni punti possiamo anche arrampicare liberamente alcuni degli enormi massi che incontriamo, per riscaldare i muscoli della braccia: dopo serviranno sicuramente! Già questa parte iniziale ci mostra come sarà il terreno di risalita al passo e poi di discesa: rocce e ghiaia instabili, anche a causa dello scarso passaggio di alpinisti, da trattare con attenzione.
Notiamo subito la mancanza di ometti: probabilmente le valanghe e le frane delle ultime stagioni hanno spazzato via tutto.
Dopo una mezz’ora circa il canalone si fa più ripido e continuiamo a seguirlo fin quando ci troviamo davanti una paretina quasi verticale: qui la linea logica di risalita ci porterebbe verso destra per poche decine di metri, per poi piegare a sinistra e risalire un altro ripido canalone. Quest’idea viene confermata anche dal primo ometto che troviamo!
A questo punto però, la sorpresa: questo canalone non è percorribile!! Torniamo indietro fino alla paretina precedente per decidere il da farsi. Non riusciamo però a vedere cosa ci sia sopra la paretina, anche se questa in realtà è altra pochi metri, ma la prospettiva dal basso ci impedisce di capire se e quanto ci sia da arrampicare. La voglia di salire è ovviamente tanta, ma l’idea di rinunciare e tornare indietro inizia ad aleggiare sopra di noi. Facciamo un pausa e ci rifocilliamo un attimo, anche per recuperare le forze: sappiamo che la parte più difficile dell’itinerario è ancora davanti a noi.
Alla fine, prendiamo una decisione: ci imbraghiamo e leghiamo, Carlo salirà di 15-20 metri per capire se si riesca a proseguire in sicurezza. Una volta superato il primo salto di roccia, la paretina si rivela una serie di 3 salti di roccia, tecnicamente non difficili (I grado), ma insidiosi, in quanto trovare un posto sicuro dove infilare un friend si rivelerà difficile: questo si rivelerà il tratto che più ci ha fatto «sprecare» tempo. Ovviamente non è tempo sprecato: meglio impiegare 5 minuti in più per assicurarsi che rischiare.
Dopo i primi due salti di roccia, pieghiamo a destra per poi arrampicare, sempre legati e assicurati, una paretina verticale di II/III grado di roccia non buona, che ci riporta verso sinistra. Appena passata la parete, vediamo un stretto ma «comodo» canale di scarico che termina poche decine di metri sopra: siamo in vista del Passo!!
Ci guardiamo e sorridiamo, felici: il peggio è passato, la parte più impegnativa della giornata è alle nostre spalle. Una breve pausa per guardarci attorno: lo sguardo scende sugli ormai lontani prati di Prà Caminaccio e ripercorre quel che si vede della salita appena fatta. D’un tratto ci accorgiamo che, poco distante alla nostra sinistra si trova un ometto, proprio sopra l’enorme masso che ci occludeva la salita e realizziamo che abbiamo compiuto una bella impresa: per quanto ne sappiamo, abbiamo aperto una variante alla salita normale! Per noi è una bella soddisfazione,e soprattutto per me: mai avrei pensato che un giorno avrei arrampicato in ambiente, mai avrei sognato di divertirmi così tanto per fare una cosa che fino a un paio d’anni fa avevo paura di fare.
Certo, non è una vera e propria via di arrampicata, si parla poi di II/III grado e non di X, non ci aspettano titoloni sui giornali o la parata di festeggiamenti, ma per noi è importante. Ovviamente, non è nemmeno detto che la «variante» sia «nuova», magari è già stata percorsa in passato, ma perché non sognare?
A nostro favore, però, possiamo dire che, seppur di grado basso, la nostra è stata una salita a vista: la relazione che avevano era vecchia di 15 anni, non molto dettagliata e citava già allora delle frane che avevano reso l’itinerario più difficoltoso.
Soddisfatti della nostra impresa, sappiamo di non essere ancora fuori e vediamo che il terreno dell’ultimo canalone è ancora più instabile che in precedenza. Sempre legati, continuiamo con molta attenzione la salita evitando di far cadere materiale vero il basso e cercando di non scivolare sui massi instabili, fino a quando non vediamo l’azzurro del cielo oltre il passo e poco dopo la cima Scalieret. Ce l’abbiamo fatta! Sotto di noi, sul sentiero che risale la valle del Vajolet, i vocianti escursionisti sembrano formiche.
Ci riposiamo brevemente, il tempo di fare un selfie, poi cerchiamo di capire dove sia meglio scendere. La discesa infatti si svilupperà lungo il ghiaione che scende verso la valle del Vajolet, proprio sopra i rifugi Vajolet e Preuss, ma l’inizio è roccioso e una traccia ci porta verso destra per alcune decine di metri, per poi perdersi. A questo punto, decidiamo che la cosa migliore e più veloce da fare sia una sola: scendere dritto per dritto! In meno di mezz’ora siamo poco sopra al sentiero. Qui ci riposiamo e rifocilliamo, studiamo la cengia che porta alla forcella Winkler in vista di una futura escursione e ci godiamo il (primo) sole della giornata.
Infine, la Terza tappa, il rientro. Attraversiamo un canalone (quello che scende dalla torre Nord), che ci permette di restare alti e imboccare il sentiero di Punta Emma. Ci ricongiungiamo al sentiero 541 e poco più avanti prendiamo il 550 che ci porta al passo delle Coronelle. Questa parte sembra non finire mai, tanta è stata la fatica, fisica e mentale, dell’itinerario. La discesa fino al rifugio A. Fronza per una meritata birra avviene comunque di buon passo, con la consapevolezza di aver compiuto, nel nostro piccolo, un’impresa.
Tempi di percorrenza#
I tempi di percorrenza sono estremamente indicativi perché possono essere influenzati da una miriade di fattori, non ultima la poca dimestichezza con i tratti dove è necessario arrampicare oppure in caso si faccia fatica a seguire le tracce: spesso basta un "ometto" crollato per far perdere decine di minuti alla ricerca della traccia.
Detto questo:
L’accesso alla base del passo Vajolet, incluso l’attraversamento della conca di Prà Caminaccio circa 2 ore (molto dipende dal punto di partenza). Solo l’attraversamento della conca 45 minuti.
La salita vera e propria al Passo richiede 2 ore, ma i tempi possono allungarsi considerevolmente se non si vedono ometti. L’instabilità dei ghiaioni, inoltre, può facilmente cancellare le tracce e far perdere molto tempo.
La discesa e il rientro fino al rifugio A. Fronza circa 3 ore.
L’itinerario completo quindi richiede circa 7 ore, ovviamente escluse le soste e gli imprevisti.
Conclusioni#
Itinerario alpinistico della durata di una giornata, sconsigliato a chi non ama «mettere le mani», in quanto richiede alcune conoscenze di arrampicata e progressione in cordata. Arrampicare, seppur su roccette di II/III grado in parete può rivelarsi difficile anche mentalmente e far consumare molte energie, preziose per il lungo rientro.
Tuttavia, la soddisfazione che si prova per completare questo itinerario è incalcolabile. Personalmente, inoltre, questo itinerario è stata la prima volta che mi sono legato in cordata per superare salti di roccia e roccette varie, quindi doppia soddisfazione. Di sicuro, la Regina delle Ravanate per il 2025!
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