Il Rifugio Forcella Vallaga e Fortezza#

Ovvero, «il filo spezzato che lega un paese ed il suo rifugio sui monti Sarentini (Alto Adige).

Nota

Questo articolo espande una parte della presentazione da me preparata per l’esame ONC, sostenuto nel 2020.

Poco più in alto della forcella, un placido laghetto alpino. Vicino al lago, una costruzione abbandonata, diroccata e mai entrata in uso. Tutt’intorno solo rocce, sfasciumi, pietraie, licheni, ciuffi d’erba e qualche raro stambecco che pascola con quel poco che trova.

Così si presentava la Forcella Vallaga, 2481 metri di altezza, ai primi visitatori «regolari», ormai 70 anni fa.

Ma quali motivazioni portano un gruppo di persona a salire i quasi 1.800 metri di dislivello dal fondovalle per raggiungere un posto così desolato? Forse è così desolato solo in apparenza, ma c’è un segreto gelosamente celato?

Ma soprattutto, cosa porta alcune di queste stesse persone, poco tempo dopo, a prendersi l’onere di rimettere in piedi quella fatiscente costruzione?

Un po' di storia#

Facciamo un salto indietro nel tempo e torniamo ad oltre 100 anni fa, primissimi anni del 1900. L’Alto Adige è parte dell’allora Impero Austro-Ungarico e i rifugi sono costruiti dal DuOeAV (ovvero il Club Alpino Austro-Germanico) per permettere l’accesso alle cime delle montagne, soprattutto nelle zone più impervie.

Nota

Questo a differenza di quanto succedeva nel vicino Trentino, dove i rifugi venivano costruiti sia dal DuOeAV che dalla SAT e usati anche come mezzi di propaganda politica.

Un breve articolo a riguardo apparirà su questo blog.

La sezione di Marburgo (Marburg, città nell’Assia tra Francocorte e Kassel) del DAV aveva studiato un progetto per la costruzione di un rifugio nelle montagne sovrastanti il paese di Valles, sopra Rio di Pusteria, all’imbocco della valle omonima. La mancanza di sufficienti fondi però impedì per anni di procedere all’esecuzione del progetto, finché nel 1910 non si trovo un accordo con la sezione di Siegen per costruire il rifugio non nei monti di Valles, ma nei pressi della forcella Vallaga, sui monti Sarentini, mentre per l’organizzazione e la direzione dei lavori si incarico l’allora sezione di Bressanone del DAV.

Terminati i lavori, si stabilì la data dell’inaugurazione del rifugio. Sfortunatamente, con un pessimo tempismo: il 9 agosto del 1914. La I Guerra Mondiale, però, scoppiò meno di due settimane prima, con il risultato che la Marburg-Siegener Hütte non venne mai aperto.

Vedi anche

La storia del Rifugio, da cui è tratto questo breve riassunto, è riportata (in tedesco) sulla pagine del DAV Sektion Siegerland: https://www.dav-siegerland.de/marburg-siegener-huette.html

Dopo le Guerre Mondiali#

Dopo la I Guerra Mondiale l’Alto Adige passò all’Italia (trattato di St. Germain, 10 settembre 1919), ed anche i tanti rifugi del DuOeAV seguirono lo stesso destino. venendo prima occupati dall’Esercito Italiano, poi ceduti, in varie riprese, al CAI. Alcuni di questi rifugi, ma non i ruderi del Rifugio Marburg-Siegener, rimasero in uso esclusivo all’Esercito fino oltre il 1970.

I primi visitatori#

Il rudere citato all’inizio era quindi quello che restava della Marburg-Siegener Hütte e così si presentava a quei pochi che si avventuravano fin lassù e tra questi il gruppo di persone, per lo più ferrovieri di Fortezza, talvolta accompagnati dalle loro famiglie.

Tra questi, mio zio Luciano Ribul Olzer ed il suo caro amico Aldo Pollini, entrambi, appunto, ferrovieri.

Per rispondere alla prima domanda (Quali motivazioni portano un gruppo di persona a salire i quasi 1.800 metri di dislivello per raggiungere un posto così desolato?) approfitto della lettera che, ormai oltre trent’anni fa, mio zio inviò al quotidiano di Belluno L’amico del Popolo, riportata in Figura.

Da questa, riporto quello che ritengo i passaggi salienti ai fini di questo articolo.

Alla Sommità delle Alpi Sarentine esisteva un rifugio abbandonato e cadente che si rispecchiava in un limpidissimo laghetto contornato da una catena di rocce che alla vista appariva come una gemma incastonata fra gioielli e diamanti

E poco oltre:

[…] ma la bellezza del luogo ci caricava di un sacro coraggio e desiderio di visitarlo […] anche se la presenza dell’edificio non si mostrava consolante per le ferite che le intemperie e più ancora i vandali gli avevano inferto; era il Rifugio Forcella Vallaga = Marburg-Siegener Hütte era il nostro Rifugio.

A parte la sconfortante considerazione che gli atti vandalici verso i rifugi alpini è tutt’altro che cosa recente, l’ultima frase riportata già evidenzia come quel posto nascondesse in realtà un segreto: nonostante il rudere e l’ambiente poco ospitale, la presenza di un placido lago sommata al panorama (che spazia ad est verso le Dolomiti e abbraccia ad ovest i gruppi di Tessa e Ortles/Cevedale) risultò una combinazione irresistibile per quei primi visitatori.

Il Filo#

Per capire cosa sia il Filo, rispondere alle domande presentate in apertura è essenziale. Ma prima ancora è necessario enfatizzare il ruolo del Silvio Chiesa citato nella lettera - «uomo irreprensibile - colto - buono» nonché «amantissimo ed entuasiasta della montagna, che io non ho conosciuto e sul quale non ho purtroppo trovato informazioni.

Questa persona, cosi amorevolmente ricordata nella lettera, è un po' il prototipo del socio CAI e ancor più dell’accompagnatore: amante della montagna, condivideva le sue conoscenze e trasmetteva la sua passione ed entusiasmo agli altri, affinché la montagna venisse conosciuta, protetta per quanto poteva dare, ma anche temuta perché comunque un luogo pericoloso (ricordiamoci che siamo poco dopo il 1950 e l’Italia ancora risentiva della guerra: la povertà era ancora tangibile e materiali come Vibram e GoreTex non esistevano nemmeno nella fantasia!).

Grazie (anche) a Silvio, quindi, nei paesani di Fortezza iniziò ad diffondersi l’amore per la montagna e, dalla seconda delle due citazioni riportate nella sezione precedente ricaviamo un primo indizio: «il Rifugio Forcella Vallaga era il nostro Rifugio».

Si instaurò quindi un legame tra Fortezza e quel placido posto lassù, che divenne caro a molti. Ma questa è solo la prima parte della storia: il Filo è qualcosa di più.

I lavori del 1954/1959#

La volontà di mettere mano a quel che restava del Rifugio per rimetterlo a disposizione di quanti salivano alla forcella Vallaga ed al lago permise di superare le innumerevoli difficoltà burocratiche e ottenere il permesso di iniziare i lavori di ristrutturazione, che partirono nell’estate del 1954.

Nota

A seconda delle fonti, i primi lavoro di ristrutturazione si tennero nell’estate del 1954, 1955, o 1956.

Trasportare in quota i materiali necessari, però, non era un’operazione che potesse essere completata da poche persone e tanta buona volontà. Inoltre, non esistevano elicotteri che facevano la spola, come oggi, per portare rifornimenti e materiali ai rifugi in alta quota. Fortunatamente, in quel periodo l’Esercito organizzò un campo proprio nelle vicinanze del Rifugio, cosicché fu possibile appoggiarsi a loro per il trasporto di gran parte dei materiali necessari! (certo, alcune conoscenze "giuste" possono esser state d’aiuto, ma questa è un’altra storia…).

Durante l’estate molti si alternarono e contribuirono alla "rinascita" del Rifugio e sarebbe impossibile ricordare tutti, tuttavia oltre a vari professionisti (carpentieri, falegnami e fabbri), molte persone contribuirono fattivamente alla ricostruzione, salendo nel tempo libero e aiutando come potevano: spostando materiali da costruzione e di scarto, preparando i pasti e pulendo le stoviglie, in un’atmosfera il più delle volte rilassata, quasi da festa paesana, dove chiacchiere, battute, scherzi e bicchieri di vino si alternavano con discreta regolarità…

Alla fine dei lavori, la gioia fu tanta, anche per la consapevolezza di aver (ri)costruito non solo un rifugio, ma un pezzo della propria vita.

Il rifugio venne infine aperto nel 1958 ed inaugurato ufficialmente nel 1960, quasi mezzo secolo dopo l’originale data di apertura, alla presenza anche di una delegazione ufficiale della sezione di Marburg del DAV (Club Alpino Germanico).

Abbiamo ora abbastanza elementi per definire meglio il Filo. Non solo, come menzionato, è un legame tra alcune persone ed un luogo del cuore, ma comprende vari altri aspetti:

  • l’idea(lismo?) di poter migliorare quel posto che aveva rapito i cuori di tante persone

  • tanta passione, dedizione, lavoro e sacrifici

  • spirito di collaborazione tra i primi soci CAI della sezione di Bressanone e della sottosezione di Fortezza, di cui i promotori della ricostruaione

  • tanto orgoglio per quanto saputo costruire prima, per mantenere negli anni poi, una struttura così importante. Infatti, il rifugio venne dato in gestione alla Sezione di Fortezza del CAI quando nel 1966 questa si staccò dal CAI Bressanone e da allora sia l’ispettore del rifugio che, per quasi tutti i 60 trascorsi dall’inaugurazione, il gestore del rifugio sono o residenti di Fortezza o molto legati al paese

Per concludere, possiamo riassumere semplicemente quanto detto finora dicendo che il Filo è un oggetto intangibile che lega e collega un paese ad un sogno divenuto realtà.


Storia a lieto fine dunque? Non proprio: ho scritto all’inizio «il filo spezzato che lega un paese ed il suo rifugio, perché questo profondo legame oggi non è più tale. I motivi sono diversi e saranno oggetto di un prossimo articolo.

Galleria#

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Si parte…#

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Il biotopo Flaggermöser a metà della valle#

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Il torrente Vallaga#

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La parte alta della valle#

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Uno dei guardiani#

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Il rifugio Forcella Vallaga#

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La «vecchia» targa#

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Il Lago di Vallaga#


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